• Document: Così parlò Bellavista. Luciano De Crescenzo
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2 Cosı̀ parlò Bellavista Luciano De Crescenzo 26/12/2005 2 Napoli, amore e libertà... 3 c 1977 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano 20 Edizioni Biblioteca Umoristica Mondadori 7 Edizioni Oscar Mondadori I edizione Bestsellers Oscar Mondadori 1986 IV Ristampa Bestsellers Oscar Mondadori 1990 4 Due parole di prefazione. Saggistica e narrativa? Diranno che i capitoli dispari aspirano alla prima qualifica, malgrado siano stati scritti in forma puramente discorsiva, ed i capitoli pari alla narrativa, non essendo altro che semplici fattarielli napoletani, alcuni vissuti veramente in prima persona ed altri raccolti dalla cronaca. Marotta e Platone le guide funzionali del libro: Marotta per i pezzi di colore e Platone per i dialoghi tra il professore Bellavista, nella parte di Socrate, ed alcuni suoi allievi filosofi più o meno disoccupati. Che Dio ed il lettore mi perdonino il paragone ma è chiaro che cosı̀ dicendo io qui voglio alludere al genere e non alla qualità della cosa. Il libro insomma, pur potendo essere letto soltanto nei suoi capitoli pari o, a secondo dell’im- pegno messo a disposizione dal lettore, anche in quelli dispari, si presenta in pratica come un vecchio testo di geometria dove ai teoremi enunciati seguano gli esempi dimostrativi, in modo che gli aneddoti napoletani riportati nei capitoli pari diventino i come volevasi dimostrare di certe teorie filosofiche espresse dal professore nei suoi dialoghi sull’amore e sulla libertà. L’idea di scrivere qualcosa del genere mi venne un giorno, a Milano, allorché un mio collega, nato e vissuto per tutta la vita nel triangolo industriale, decise di andare per Pasqua a Napoli con tutta la famiglia. La preoccupazione oggettiva di quelle che sarebbero state le sue impressioni al primo impatto con la mia città, mi convinse a tenere, durante tutta la settimana santa, una specie di corso propedeutico a questa spedizione lombarda nell’habitat partenopeo. Mostrai loro le fotografie della Napoli dei vicoli, raccontai dei mestieri unici al mondo, spiegai che cosa fosse la non-privacy e diciamo pure che finii con lo scadere nella retorica del penzamm’a salute o del è pat’e figlie 1 (1 È padre di figli (attenuante per qualsiasi reato contro la proprietà.)). Al loro ritorno però mi resi conto che alcune delle mie avvertenze erano risultate preziose e che una certa benevolenza, indotta forse dai miei discorsi, li aveva predisposti ad una maggiore comprensione verso la realtà napoletana. Ora io so benissimo che scrivendo queste cose mi espongo subito al tiro a bersaglio della intellighentia napoletana imperante, che individua giusto nel colore locale e nell’aneddotica del cielo azzurro il più grande nemico della città di Napoli, ma è proprio per non incorrere in una accusa del genere che io chiedo al lettore frettoloso di non fermarsi ai primi quattro o cinque capitoli e di leggere il libro, sempre che gli riesca gradevole, fino alla fine; e alla fine, come in un qualsiasi giallo che si rispetti, troverà una completa ed esauriente spiegazione della cosa (proprio nell’ultimo capitolo). La letteratura napoletana contemporanea si è mossa a periodi alterni: dalla seconda metà del secolo scorso fino ai nostri anni quaranta ha sfornato una generosa messe di poeti, di musicisti e di pittori, dando al mondo quella immagine di Napoli che noi tutti ben conosciamo: Chist’è ‘o paese d’ ‘o sole dice la canzone chist’è ‘o paese d’ ‘o mare, chist’è ‘o paese addò tutt’ ‘e pparole, sò ddoce o sò amare, sò ssempe parole d’ammore. Unica nota stonata in questo concerto di mandolini un meraviglioso libretto di Matilde Serao Il ventre di Napoli, la cui lettura non mi stancherò mai di raccomandare a tutti quelli che vogliono veramente capire Napoli. Dal dopoguerra in poi invece gli ordini letterari improvvisamente subivano un’inversione di rotta: guai a parlare di mare, di sole e di cuore napoletano! Cominciando da Malaparte e finendo a Luigi Compagnone, Anna Maria Ortese, Domenico Rea, Raffaele La Capria, Vittorio Viviani e compagnia cantando, il desiderio di togliere il trucco con il quale per tanti anni era stato imbellettato il volto della nostra città ha fatto sı̀ che insieme ai cosmetici è stata tolta forse anche la pelle del viso di un popolo che, pur senza mandolini e chitarre, continuava in ogni caso ad avere una propria fisionomia caratteristica. Vero è che proprio in questo dopoguerra il consumismo ha amplificato il cattivo gusto della massa, per cui, mentre il marinaio scalzo delle vecchie oleografie napoletane dell’Ottocento si era fatto giustamente amare dai poeti dell’epoca, il suo postero, con i jeans, gli stivaletti a punta, il borsello e la radio a transistor messa a tutto volume, non ha ingenerato purtroppo analoghi consensi. Anche in questo periodo comunque, una sola nota stonata: quella di don Peppino Marotta, il pittore della penna stilografica, che

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